Attività              
Associazione Moana Pozzi - Attività - Reality
ottobre 2006
   il capitolo per Moana
 




Fulvio Abbate
Reality. Come ci sentiamo in   questo momento.
Cooper editore, 2006
Euro 12,00



Ottobre 1993, campagna elettorale per le Amministrative romane. Moana al Bar della Pace, dopo l'incontro con Fulvio Abbate e altri autori romani, circondata da una folla accalcata, riceve una torta augurale, con Marcella Zingarini che le protegge le spalle e Mauro Biuzzi, capolista della lista dei 57 Consiglieri comunali candidati dal Partito dell'Amore, che accende le candeline, a destra.
 

Selezione delle pagine dedicate a Moana, al Partito dell'Amore e all'AMP nel libro "Reality", pagg. 78-79-90:
 
[…] Carla sembra quest'oggi interessata piuttosto ai pennarelli, disegna così meduse, e sopratutto il ritratto della mamma. Fiorella intanto mi ricorda le cose da sbrigare - IRPEF, rinnovo della patente, tinteggiatura della cucina e dello stanzino, riparazione serranda rotta, incontrare commercialista, e altri cazzi ancora - aggiunge pure che dovrei portare dal corniciaio il ritratto a grandezza naturale di Moana Pozzi, un regalo di Mario Schifano, e che da tre anni sta ficcato dietro la porta della sala. Prometto che provvedere presto.
Cosa c'entra Moana Pozzi con lo Zecchino d'oro? Anche lei piaceva ai bambini, molto.
L'anniversario della sua morte, già dieci anni, ci è piombato addosso come una ricorrenza da rispettare, ed è, molto probabilmente, ancora in corso: destinato a suscitare una discussione su meriti, talento, sfiga, valore e soprattutto fosforescenza del personaggio, dieci anni dopo appunto. Ci sono state e ci saranno quindi ulteriori celebrazioni, manifestazioni, elzeviri e sicuramente torneranno in edicola i suoi film in cassetta e DVD. E anche qualche libro. Senza contare il sito ufficiale, curato dall'artista Mauro Biuzzi, un amico spassionato della defunta, per l'Associazione Moana Pozzi, <www.moanamoana.it>.
L'ovvio è già noto: Moana appariva incorruttibile, non i fiotti di sperma, anzi, di sborra, lì sul viso, non i vibratori o uno o più peni autentici ne avrebbero, agli occhi dei sensibili, intaccato mai la grazia, la gentilezza, la civiltà, il garbo, il riserbo, la distanza dalle miserie morali e materiali del mondo, così almeno secondo una leggenda che si è fatta strada, viale, piazza, città, certificato di morte e vita eterna. Moana appariva insomma come uno strano ircocervo morale e antropologico, forse perfino mitologico: creatura di buona famiglia, orsolina, ottime scuole religiose, e poi giù per il toboga del cinema e della carriera tozza tozza dove i cazzi sono cazzi e i fan ti sbavano letteralmente dietro, ed eccola infatti nel fondo del pozzo delle cosiddette "attività sconvenienti", di più, del peccato, eppure...
Eppure qualcuno pensò che fosse quello - il pozzo, sì, proprio quel pozzo buio - il luogo da lei scelto per affermare la propria "santità", santità laica, santità da precetto non esattamente pasquale, s'intende. Moana come una beata contemporanea, insomma. Più di Cicciolina, di Ramba, della sorella Baby, e più d'ogni altra collega, Angelica Bella, Barbarella... Quelle altre, sì, probabilmente vera carne da macello, carne da bordello, carne da casino, almeno sempre secondo certe impietose e ottuse voci.
Personalmente, in tempi non ancora sospetti, presentando a Torino una mostra fotografica di Riccardo Schicchi, scrissi che le ragazze asserragliate nel cibachrome di quella ideale galleria paradisiaca potevano, di più, dovevano essere ritenute "moderne sante", a tutti gli effetti. Mentre buttavo giù questa considerazione, mi tornava alla memoria il modo in cui i ragazzi del III battaglione granatieri "guardie" di stanza alla caserma Piave sulla rocca di Orvieto, oggi dismessa, così come li avevo conosciuti mentre tenevano in mano i giornaletti di Moana in quadricromia, tutti loro crepitavano di commozione per lei, davvero le lacrime colavano giù dalle loro orbite pronunciandone il nome.
Ancora un ricordo personale: eravamo all'inizio degli anni Novanta quando mi chiesero di partecipare a un dibattito elettorale con Moana Pozzi, un contraddittorio. Moana Pozzi per il Partito dell'Amore, io per una lista cittadina promossa dal mio amico Renato Nicolini, nome: Liberare Roma (regolarmente storpiato dalle persone che avrebbero dovuto votarla in "Liberale Roma"); luogo dell'evento sarebbe stato il bar della Pace, epicentro della vita mondana di allora. Cosa ricordo della serata? Innanzitutto la calca irrefrenabile, quasi ci fosse una distribuzione gratuita di denaro, e poi due pariolini, facce di cazzo, figli di papà arroganti, seduti in prima fila che le dicevano, martellanti, come una goccia: «Senti, Moana, ma poi, alla fine del comizio, ce lo fai un pompino, no?», e ancora un tipo dall'aria di segaiolo tremante che a un certo punto ci avvisò che incombeva un assalto dei fascisti armati di spranghe, (cosa che però non avvenne), la finta o forse reale timidezza della signora Pozzi, la sensazione di essermi cacciato in uno show più grande di me e delle mie stesse possibilità di uomo politico, la muta di fotografi che ringhiava in attesa di scattare. E ancora, ma questo pochi giorni dopo, Mario Schifano, lui che me l'aveva fatta conoscere, quando volle regalarmi a tutti i costi quel ritratto realizzato su una sagoma di cartone a grandezza naturale, del genere usato per la pubblicità degli spettacoli, piazzati accanto al botteghino o sul marciapiede. Sono certo che se dodici anni dopo decidessi di metterlo all'asta ricaverei un sacco di euro.
A quelle elezioni presi ventinove voti. Moana, temo, molti di più.
   
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