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Caro Simone,
l’isola di Moana adesso è stella. Corpo celeste.
Su una moneta romana si vedono dei marinai in una nave, forse
Ulisse con gli Argonauti, che guardano il cielo stellato su cui
appare la scritta “Isti mirant stella”. Costoro seguono
una stella. Ovvero desiderano una stella, perché il de-siderum
è proprio quel sentimento che prende colui che, sgomento
per la scomparsa del sole, va perennemente nella direzione del
tramonto per ritrovarne la bellezza della luce e del calore.
Questa luce di Moana io l’ho rivista nel memoriale che mi
hai spedito dalla sua isola, di cui tu, Simone, sei un privilegiato
abitante. E la luce è colore, il colore è corpo,
il corpo è figura: così io leggo ciò che
hai scritto come se guardassi delle figure, come nei libri preferiti
dalla bionda Alice di Lewis Carroll.
Voglio restituirti il dono che mi hai fatto non tanto con sciocche
parole di lode o di commento, ma rispedendoti due serie di semplici
polaroid che ho scattato quando anch’io raggiunsi pericolosamente
l’isola di Moana, perché tu possa farmi l’onore
di conservarle incollate su due paginette in appendice al tuo
memoriale.
Ti scriverò un breve commento sul retro di ciascuna stampa.
Oggi mi accorgo che le foto sono accomunate da un fatto curioso:
sono scattate durante la prima e l’ultima gita che abbiamo
fatto con Moana e, in entrambi i casi, era di domenica e in un
luogo caro ad un grande imperatore romano.
*
Maggio 1992, gita alla villa di Adriano a Tivoli. M. vuole che
ci rivediamo, per la prima volta dopo la sconfitta alle elezioni,
per farci un po’ di coraggio e pranzare insieme “fuori
porta”. Lei non era mai stata alla villa, voleva consolarsi
con le grandi malinconie di Adriano.
In questa prima foto siamo in processione e ci specchiamo nella
grande piscina del Pecile, io mostro l’invisibile fodera
leopardata della mia seria giacca di cotone giallo, M. ride sorpresa
e divertita, dietro gli occhiali neri e il foulard di tulle fuxia,
per ripararsi dal primo sole primaverile.
Ha un tailleur rosa troppo elegante e delle scarpe decolleté
bianche non troppo alte ma già troppo impolverate. Una
mimosa fiorisce gialla accanto al cipresso nero, all’alloro,
al lauro e al viburno, macchie scure sul verde del pratino nuovo
e rasato. Ma. ci segue a distanza, completo di pelle nera lucida
e chioma corvina, allegra come sempre, impettita e con passo deciso.
Sembriamo scappati da un pranzo di matrimonio.
In quest’altra siamo al ninfeo del Canopo, io ho appena
passato la mano sui grandi ovoli di marmo, bianchi e porosi, sul
fregio di un enorme capitello corinzio ribaltato sull’erba,
proprio dove i calici a foglie d’acanto sbocciano dagli
steli dei suoi caulicoli snelli, e, da buon maestro, mi invento
un indovinello: “ Sapete qual è l’albero della
bellezza? E’ la palma della mano!” Tutti: “E
perché?”. Io: “Perché solo con quella
si può cogliere la bellezza, carezzandola come ha fatto
la mano del suo creatore.”. Dal lato sinistro, silenziosa,
M. entra con grazia nella foto e spinge subito verso il marmo
la sua lunga mano con le unghie rosse per ripetere la carezza
rituale, perciò la mano è un po’ mossa.
Questa foto è mia, qualche ora dopo, siamo nel Teatro Marittimo.
M. si è tolta gli occhiali e il foulard, non so se stanca
o pensosa, a testa un po’ bassa con i riccioli dorati che
ricadono sulle spalle, poggiata ad una colonna del pronao circolare
con un braccio abbandonato lungo il fianco, le gambe unite, una
piegata con il piede appoggiato allo zoccolo della colonna. Senza
vedersi, si specchia capovolta nella piscina tonda al centro dell’edificio,
in un’acqua verdeazzurra, immobile ai suoi piedi come un
antico occhio fedele e buono di cane Argo, che si è spalancato
al ritorno secolare delle sue gambe bianche viste dal basso. Le
abbiamo appena raccontato che al centro della piscina, sulla piccola
isola c’era una villa in miniatura dotata di tutte le comodità,
in cui Adriano si “isolava” a studiare i suoi viaggi,
in particolare quello in Egitto, durante il quale ad Antinoo,
il suo bellissimo amico bitinio, capitò lo sfortunato scivolone
nel Nilo. Io sono dall’altra parte del pronao e M. ha appena
detto, con la voce squillante e seria che prende in questi casi:
“Questa è l’isola di Moana, è qui che
io ho sempre vissuto e vivrò sempre”. La sua voce
cristallina echeggia nelle volte delle terme adiacenti e incrina
l’acqua, come un brivido provocato da uno zefiro serale
ancora freddino. Ha compiuto, da pochi giorni, trentun’anni.
Da sotto il cristallo tondo della piscina, qualcuno ascolta
il ticchettio dei tacchi delle ragazze sul largo selciato, mentre
si allontanano: è l’ultima foto della giornata, scattata
al volo girandomi, quella col teatro vuoto, la luce rosa al tramonto
e l’odore, credo, degli oleandri o del sambuco, che già
avevo sentito ad Alessandria d’Egitto.
*
17 luglio 1994, gita al Porto di Traiano a Civitavecchia, giorno
della finale Italia-Brasile ai Mondiali. Esattamente un mese dopo
M. partirà per Lione, per l’ultima volta.
Nella prima foto siamo sul molo della larga cala assolata dell’albergo
che, mi pare, avesse nel nome proprio l’idea di una baia
del Sole. Alle spalle una grande piscina e il mare increspato.
M. è appena arrivata. Accaldata nel suo pareo colorato
preso da poco in India, cappello di paglia a falde larghe e occhiali
neri, è seduta sul pizzo di un lettino e si guarda intorno
smarrita, come un grande gabbiano bianco stordito dal vento. Il
mio amico D. dice: “Venendo sono passato per l’EUR.
In domeniche ventose come questa, senza una persona e col cielo
così azzurro, mi mette agitazione!”. Io: “Per
me è il contrario. Ci vado proprio quando è così,
mi mette la tranquillità dei cimiteri. Di notte invece
mi eccita eroticamente.”. M.: “Anche per me è
così. Lì mi sembra di essere l’ultima sulla
terra, come in un Limbo.”.
Questa è di poco dopo. M., distesa
in tutta l’inquadratura, sul lettino blu davanti a me, rialza
lenta i capelli dalla nuca sudata. E’ stesa sotto, anzi,
quasi dentro un grande ombrellone blu senza bastone, che ha fatto
ancorare a terra da un lato perché non voli via. Ha appena
tolto il reggiseno del suo costumino azzurro: nessun segno distingue
il pallore latteo del suo ampio seno dal resto del corpo, dal
volto al collo, dalle ascelle al costato, dalle gambe lunghissime,
appena troppo magre, ai piedi dolcemente accavallati. Qualcuno
dice seccato: “Ma M. che fai? Non è da te!”.
In effetti è vero. Poi capisco: è un regalo per
me. Lei sembra una creatura del Giardino delle Delizie di Bosch,
l’algido frutto deiscente disteso in un diafano baccello
blu che lo sta per espellere. Alla caduta del reggiseno, intorno
si è troncata ogni chiacchiera estiva. Sullo sfondo, a
destra, le due belle in topless, inebetite, battute, rivestite
della loro abbronzatura, eclissate. Lezione di nudo: la luna di
giorno. Mentre scatto penso alla voce di una grande cantante che,
per tutta una sera, mi era arrivata distintamente dall’altro
lato di un ristorante, attraverso il brulichio delle voci. Una
prova dell’esistenza di Dio.
In questa si vede il suo ultimo bagno di mare. E’ appena
scesa con troppa attenzione dalla scaletta fissata allo scoglio,
bagnata dallo spruzzo dell’ultima onda. Ora, con i capelli
legati, mezza dentro e mezza fuori, aspettando, unisce le mani
come in una breve preghiera prima di fendere il mare turchese
e un po’ freddo. Sembra che voglia arrivare a nuoto alla
grande ciminiera a strisce rosse e bianche dell’Enel, che
si vede svettante sullo sfondo della costa laziale, segno della
continua trasformazione del calore in luce, energia del nuovo
Impero. Non ti sembra, Simone, un totem dell’isola di Moana?
Qui invece siamo seduti nella mia camera d’albergo, stanchi
dopo un’altra giornata di bagni e passeggiate. Qualcuno
ha fatto una battuta sciocca sugli ebrei. M. dice stanca: “Se
fossi vissuta allora, io mi sarei schierata contro le leggi che
permisero quel macello.”. A terra c’è ancora
un pezzetto di carta che M. aveva infilato sotto la mia porta
al mattino, con scritto: “Siamo a quella piccola spiaggia.”.
Avevo dormito fino a tardi, perché la sera prima non riuscivamo
ad andar via dal tavolo di un ristorante, incantati dallo spumante
e dalla terrazza vetrata a strapiombo sugli scogli, dove un riflettore
illuminava gli spruzzi spettacolari delle onde che, dal buio,
sembravano arrivare fino a noi.
Questa foto è del pomeriggio precedente ma l’ho
messa per ultima. Come audio ha il silenzio del suo sorriso al
tramonto, la casta diva. Le nostre camere hanno le porte una di
fronte all’altra, separate da un corridoio largo. Io, sulla
soglia della mia camera, ho fotografato M. che chiude la porta
dall’interno della sua. M., seminascosta dalla porta, sta
per sparire al mio sguardo. Per cortesia, smette per un attimo
di spingere debolmente la porta dall’interno, la mano bianca
sul battente all’altezza del volto, e mi sorride. Nell’altra
mano, piegata al petto, sostiene le “Confessioni di Sant’Agostino”,
fodera bianca, che leggerà sdraiata, prima della doccia.
Inquadrata in controluce nella stretta feritoia della porta ancora
aperta, la sua alta e nobile figura in accappatoio bianco, a piedi
nudi, la testa un po’ china in avanti, mi guarda con gli
occhi dal basso, che sorridono più delle labbra chiarissime
e glabre che intravedo. Si trattiene ancora un attimo nello stretto
riquadro di luce rosata che il sole al tramonto, dalla finestra
sul mare della sua camera, riflette ancora per poco sull’intonaco
chiaro alle sue spalle, prima di chiudere la porta.
Caro Simone, per oggi è tutto. Come vedi, la mia penna
nera (che M. mi ha regalato per il mio compleanno nell'aprile
del 1994, quando festeggiammo insieme ad Orvieto anche i suoi
trentatre anni…) ha seguito una vera stella e ha trovato
tesori. Ora è tempo che tramonti. Se qualche incredulo
non vedendola più la crede morta, indichiamola con la nostra
rotta. Come un fratello di pirateria veglierò sul ponte,
col velaccino drizzato fino al cielo stellato, dove lei, la grande
Rosa dei venti genovesi, sorridendo, lo possa ancora far gonfiare
di coraggio e di vita.
Ti auguro buon vento e altri tesori.
Mauro Biuzzi - Roccaripesena, gennaio 2006
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