Attività              
Associazione Moana Pozzi - Attività - Moana, tutta la verità
22 febbraio 2006
   "Caro Simone", postfazione di Mauro Biuzzi
 
        Ph. © Mauro Biuzzi - titl: "Terra!"
 

“Or, mentre lo conducevano, presero un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi
e gli posero addosso la croce per portarla dietro a Gesù.”
( La via dolorosa, S. Luca 23,26)
 
   Caro Simone,

   l’isola di Moana adesso è stella. Corpo celeste. Su una moneta romana si vedono dei marinai in una nave, forse Ulisse con gli Argonauti, che guardano il cielo stellato su cui appare la scritta “Isti mirant stella”. Costoro seguono una stella. Ovvero desiderano una stella, perché il de-siderum è proprio quel sentimento che prende colui che, sgomento per la scomparsa del sole, va perennemente nella direzione del tramonto per ritrovarne la bellezza della luce e del calore.
   Questa luce di Moana io l’ho rivista nel memoriale che mi hai spedito dalla sua isola, di cui tu, Simone, sei un privilegiato abitante. E la luce è colore, il colore è corpo, il corpo è figura: così io leggo ciò che hai scritto come se guardassi delle figure, come nei libri preferiti dalla bionda Alice di Lewis Carroll.

   Voglio restituirti il dono che mi hai fatto non tanto con sciocche parole di lode o di commento, ma rispedendoti due serie di semplici polaroid che ho scattato quando anch’io raggiunsi pericolosamente l’isola di Moana, perché tu possa farmi l’onore di conservarle incollate su due paginette in appendice al tuo memoriale.
   Ti scriverò un breve commento sul retro di ciascuna stampa. Oggi mi accorgo che le foto sono accomunate da un fatto curioso: sono scattate durante la prima e l’ultima gita che abbiamo fatto con Moana e, in entrambi i casi, era di domenica e in un luogo caro ad un grande imperatore romano.

*

   Maggio 1992, gita alla villa di Adriano a Tivoli. M. vuole che ci rivediamo, per la prima volta dopo la sconfitta alle elezioni, per farci un po’ di coraggio e pranzare insieme “fuori porta”. Lei non era mai stata alla villa, voleva consolarsi con le grandi malinconie di Adriano.
   In questa prima foto siamo in processione e ci specchiamo nella grande piscina del Pecile, io mostro l’invisibile fodera leopardata della mia seria giacca di cotone giallo, M. ride sorpresa e divertita, dietro gli occhiali neri e il foulard di tulle fuxia, per ripararsi dal primo sole primaverile.
   Ha un tailleur rosa troppo elegante e delle scarpe decolleté bianche non troppo alte ma già troppo impolverate. Una mimosa fiorisce gialla accanto al cipresso nero, all’alloro, al lauro e al viburno, macchie scure sul verde del pratino nuovo e rasato. Ma. ci segue a distanza, completo di pelle nera lucida e chioma corvina, allegra come sempre, impettita e con passo deciso. Sembriamo scappati da un pranzo di matrimonio.

   In quest’altra siamo al ninfeo del Canopo, io ho appena passato la mano sui grandi ovoli di marmo, bianchi e porosi, sul fregio di un enorme capitello corinzio ribaltato sull’erba, proprio dove i calici a foglie d’acanto sbocciano dagli steli dei suoi caulicoli snelli, e, da buon maestro, mi invento un indovinello: “ Sapete qual è l’albero della bellezza? E’ la palma della mano!” Tutti: “E perché?”. Io: “Perché solo con quella si può cogliere la bellezza, carezzandola come ha fatto la mano del suo creatore.”. Dal lato sinistro, silenziosa, M. entra con grazia nella foto e spinge subito verso il marmo la sua lunga mano con le unghie rosse per ripetere la carezza rituale, perciò la mano è un po’ mossa.

   Questa foto è mia, qualche ora dopo, siamo nel Teatro Marittimo. M. si è tolta gli occhiali e il foulard, non so se stanca o pensosa, a testa un po’ bassa con i riccioli dorati che ricadono sulle spalle, poggiata ad una colonna del pronao circolare con un braccio abbandonato lungo il fianco, le gambe unite, una piegata con il piede appoggiato allo zoccolo della colonna. Senza vedersi, si specchia capovolta nella piscina tonda al centro dell’edificio, in un’acqua verdeazzurra, immobile ai suoi piedi come un antico occhio fedele e buono di cane Argo, che si è spalancato al ritorno secolare delle sue gambe bianche viste dal basso. Le abbiamo appena raccontato che al centro della piscina, sulla piccola isola c’era una villa in miniatura dotata di tutte le comodità, in cui Adriano si “isolava” a studiare i suoi viaggi, in particolare quello in Egitto, durante il quale ad Antinoo, il suo bellissimo amico bitinio, capitò lo sfortunato scivolone nel Nilo. Io sono dall’altra parte del pronao e M. ha appena detto, con la voce squillante e seria che prende in questi casi: “Questa è l’isola di Moana, è qui che io ho sempre vissuto e vivrò sempre”. La sua voce cristallina echeggia nelle volte delle terme adiacenti e incrina l’acqua, come un brivido provocato da uno zefiro serale ancora freddino. Ha compiuto, da pochi giorni, trentun’anni.

   Da sotto il cristallo tondo della piscina, qualcuno ascolta il ticchettio dei tacchi delle ragazze sul largo selciato, mentre si allontanano: è l’ultima foto della giornata, scattata al volo girandomi, quella col teatro vuoto, la luce rosa al tramonto e l’odore, credo, degli oleandri o del sambuco, che già avevo sentito ad Alessandria d’Egitto.

*

   17 luglio 1994, gita al Porto di Traiano a Civitavecchia, giorno della finale Italia-Brasile ai Mondiali. Esattamente un mese dopo M. partirà per Lione, per l’ultima volta.
   Nella prima foto siamo sul molo della larga cala assolata dell’albergo che, mi pare, avesse nel nome proprio l’idea di una baia del Sole. Alle spalle una grande piscina e il mare increspato. M. è appena arrivata. Accaldata nel suo pareo colorato preso da poco in India, cappello di paglia a falde larghe e occhiali neri, è seduta sul pizzo di un lettino e si guarda intorno smarrita, come un grande gabbiano bianco stordito dal vento. Il mio amico D. dice: “Venendo sono passato per l’EUR. In domeniche ventose come questa, senza una persona e col cielo così azzurro, mi mette agitazione!”. Io: “Per me è il contrario. Ci vado proprio quando è così, mi mette la tranquillità dei cimiteri. Di notte invece mi eccita eroticamente.”. M.: “Anche per me è così. Lì mi sembra di essere l’ultima sulla terra, come in un Limbo.”.

   Questa è di poco dopo. M., distesa in tutta l’inquadratura, sul lettino blu davanti a me, rialza lenta i capelli dalla nuca sudata. E’ stesa sotto, anzi, quasi dentro un grande ombrellone blu senza bastone, che ha fatto ancorare a terra da un lato perché non voli via. Ha appena tolto il reggiseno del suo costumino azzurro: nessun segno distingue il pallore latteo del suo ampio seno dal resto del corpo, dal volto al collo, dalle ascelle al costato, dalle gambe lunghissime, appena troppo magre, ai piedi dolcemente accavallati. Qualcuno dice seccato: “Ma M. che fai? Non è da te!”. In effetti è vero. Poi capisco: è un regalo per me. Lei sembra una creatura del Giardino delle Delizie di Bosch, l’algido frutto deiscente disteso in un diafano baccello blu che lo sta per espellere. Alla caduta del reggiseno, intorno si è troncata ogni chiacchiera estiva. Sullo sfondo, a destra, le due belle in topless, inebetite, battute, rivestite della loro abbronzatura, eclissate. Lezione di nudo: la luna di giorno. Mentre scatto penso alla voce di una grande cantante che, per tutta una sera, mi era arrivata distintamente dall’altro lato di un ristorante, attraverso il brulichio delle voci. Una prova dell’esistenza di Dio.

   In questa si vede il suo ultimo bagno di mare. E’ appena scesa con troppa attenzione dalla scaletta fissata allo scoglio, bagnata dallo spruzzo dell’ultima onda. Ora, con i capelli legati, mezza dentro e mezza fuori, aspettando, unisce le mani come in una breve preghiera prima di fendere il mare turchese e un po’ freddo. Sembra che voglia arrivare a nuoto alla grande ciminiera a strisce rosse e bianche dell’Enel, che si vede svettante sullo sfondo della costa laziale, segno della continua trasformazione del calore in luce, energia del nuovo Impero. Non ti sembra, Simone, un totem dell’isola di Moana?

   Qui invece siamo seduti nella mia camera d’albergo, stanchi dopo un’altra giornata di bagni e passeggiate. Qualcuno ha fatto una battuta sciocca sugli ebrei. M. dice stanca: “Se fossi vissuta allora, io mi sarei schierata contro le leggi che permisero quel macello.”. A terra c’è ancora un pezzetto di carta che M. aveva infilato sotto la mia porta al mattino, con scritto: “Siamo a quella piccola spiaggia.”. Avevo dormito fino a tardi, perché la sera prima non riuscivamo ad andar via dal tavolo di un ristorante, incantati dallo spumante e dalla terrazza vetrata a strapiombo sugli scogli, dove un riflettore illuminava gli spruzzi spettacolari delle onde che, dal buio, sembravano arrivare fino a noi.

   Questa foto è del pomeriggio precedente ma l’ho messa per ultima. Come audio ha il silenzio del suo sorriso al tramonto, la casta diva. Le nostre camere hanno le porte una di fronte all’altra, separate da un corridoio largo. Io, sulla soglia della mia camera, ho fotografato M. che chiude la porta dall’interno della sua. M., seminascosta dalla porta, sta per sparire al mio sguardo. Per cortesia, smette per un attimo di spingere debolmente la porta dall’interno, la mano bianca sul battente all’altezza del volto, e mi sorride. Nell’altra mano, piegata al petto, sostiene le “Confessioni di Sant’Agostino”, fodera bianca, che leggerà sdraiata, prima della doccia. Inquadrata in controluce nella stretta feritoia della porta ancora aperta, la sua alta e nobile figura in accappatoio bianco, a piedi nudi, la testa un po’ china in avanti, mi guarda con gli occhi dal basso, che sorridono più delle labbra chiarissime e glabre che intravedo. Si trattiene ancora un attimo nello stretto riquadro di luce rosata che il sole al tramonto, dalla finestra sul mare della sua camera, riflette ancora per poco sull’intonaco chiaro alle sue spalle, prima di chiudere la porta.

   Caro Simone, per oggi è tutto. Come vedi, la mia penna nera (che M. mi ha regalato per il mio compleanno nell'aprile del 1994, quando festeggiammo insieme ad Orvieto anche i suoi trentatre anni…) ha seguito una vera stella e ha trovato tesori. Ora è tempo che tramonti. Se qualche incredulo non vedendola più la crede morta, indichiamola con la nostra rotta. Come un fratello di pirateria veglierò sul ponte, col velaccino drizzato fino al cielo stellato, dove lei, la grande Rosa dei venti genovesi, sorridendo, lo possa ancora far gonfiare di coraggio e di vita.

   Ti auguro buon vento e altri tesori.


   Mauro Biuzzi - Roccaripesena, gennaio 2006


   
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